giovedì 23 febbraio 2012

“Un metro più giù”

Musica.
Qualsiasi evento che accade porta sempre con se un “pezzo” che ti accompagna e nel bene o nel male, influenza le decisioni, inconsciamente. È strano e un po’ surreale pensare che sette note combinate tra loro siano in grado di cambiarti l’ imminente avvenire di una giornata o in alcuni casi tutta la vita.
Ancora oggi quando sono in auto, e sto ascoltando una canzone che mi piace, devo restare li, fermo, non riesco a spegnere la radio, devo aspettare che finisca per poi fare il mio dovere…
Come ci riesca?
Ci sono cose al mondo, che non serve conoscere…
E a me, piace pensare che sia qualcosa di così bello, da non trasmettere con semplici parole.
Ci fu un periodo in cui frequentai un corso di poesia. Durante una delle lezioni il professore del corso ci chiese di chiudere gli occhi, scrivere e descrivere tutto quello che sentivamo.
Ciò che ci passava in quel momento per la testa
Io immaginai la mia vita come avrei voluto che fosse:

Viaggio con la mia Cadillac "el dorado” del 59'  sulla route 66, non curante del sole che picchia, sprezzante ad ogni buca, porto con me il totale di 3 cicche di Jack Daniel's, irrinunciabile compagno di viaggi. La strada sembra non finire.
Non sono fatto per questo minuscolo paese pregiudizievole e retrogrado, sono il rozzo viandante, voglio l'altra parte del mondo.

Se dovessi dare uno stile al videoclip della mia vita fino ad ora, sarebbe assolutamente “rock”.

1 Maggio

Un sole caldo e abbagliante si abbatteva sulle teste di almeno un migliaio di ragazzi che esaltati dall’arrivo di un’estate attesissima si riversavano in Piazza Dante aspettando l’inizio del concerto di un noto programma televisivo. Ragazzi di tutte le età per lo più adolescenti incollati l’uno all’altro come tanti gemelli siamesi, bagnati per i tanti litri d’acqua che volavano da una parte all’altra della piazza. Mancavano pochi minuti all’inizio dello spettacolo, ma come sempre io ero in ritardo ancora bloccato a poche fermate di metro dalla piazza. Per fortuna non ero solo. Oltre ad almeno un altro centinaio di ritardatari come me e qualche amico sparso tra la folla soffocante del vagone. Cercarli era inutile, l’importante in quel momento era solo arrivare al capolinea ed uscire da quell’inferno.
Arrivati all’ultima fermata si aprono così le porte dei vagoni, e come un impavido gladiatore lotto con la gente che spinge e si dimena nell’intento di uscire al più presto. Mi lascio trascinare dalle scale mobili, infinite, che salgono verso la luce…
Ma anche sulle scale mobili la gente è irrequieta… Non ho mai capito perché sono state inventate le scale mobili quando tutte le persone che le utilizzano, lo fanno come se salissero normalmente le scale.
Ma questo era solo un inutile domanda di un adolescente mezzo sudato e già stanco ancor prima di arrivare…
Giunto in piazza scorgo il berretto giallo di uno dei miei amici già su una panca, in piedi, sbraitando e inneggiando la cantante che di lì a poco avrebbe dovuto esibirsi.
Oltre a lui altri 4 ragazzi, miei amici, per un totale di 3 maschi e 2 femmine.
C’erano tutti. E cosa strana ma importante ero arrivato in perfetto orario.
In realtà ero in ritardo ma per fortuna certi eventi ritardano per agevolare chi per vari motivi non riesce a raggiungere il posto designato.
Conto alla rovescia 3-2-1 un grande boato ed ecco che dal fumo del palco si intravede la sagoma della cantante, chitarra alla mano che con una finta espressione di sgomento in viso, comincia la sua kermesse di canzoni punk e incasinate esaltando i ragazzi che rinvigoriti dalla presenza della stessa cantante cominciano a far volare altri litri d’acqua in piazza.
Dopo un quarto d’ora ero già al bar di fronte a sorseggiare una birra seduto a guardare dall’altra parte della strada i ragazzi che si dimenavano sotto il palco.
Avere 16 anni, e bere birra sotto gli occhi attenti e un po’ bigotti della gente è al giorno d’oggi sinonimo di incoscienza.
Peggio però è che quando dalla tasca destra fai uscire lentamente il pacchetto di sigarette e te ne fumi una, gradendola…
Sei per la gente un “tossico-dipendente”.
Io quel giorno credo di essere stato uno di quei pochi ragazzi minorenni nel raggio di un chilometro che gradiva bere e fumare.
Ultimo sorso dalla fredda bottiglia di birra che poggio sul bancone e solita routine per la sigaretta: mano destra nella tasca destra
Mano sinistra nella tasca sinistra
Ed ecco che compaiono quasi magicamente pacchetto e accendino…
Avevo cominciato circa un anno prima, la solita bravata adolescenziale di gruppo. Sembrare più grandi fumando una sigaretta… Purtroppo ci ero cascato anch’io. Ero con degli amici fuori scuola, tutti con una sigaretta tra le dita, c’era chi faceva finta di fumarla, e chi la fumava davvero, io ero tra quelli imbecilli che facevano sul serio.

Accendo la sigaretta e come un equilibrio spezzato mi sento toccare la mano e una voce femminile dirmi
“Fa male fumare”.
Ironicamente e con un pizzico di cattiveria rispondo senza alzare lo sguardo che non avevo bisogno
di saperlo da un estranea ma alzando gli occhi mi rendo conto che forse fumare avrebbe fatto veramente male.
Le sorrido e mi scuso per il modo balordo con cui le avevo risposto poco prima.
Con una tranquillità disarmante mi risponde che oramai ci è abituata.
La conoscevo già da un po’, quella mattina era venuta con noi siccome era una delle due ragazze del nostro gruppo…
Angela, un nome come tanti ma che si addiceva alla perfezione a quell’immagine comparsa ai miei occhi.
Quel giorno era come se l’avessi vista per la prima volta.
Dopo la sua risposta provocatoria resto a guardarla incantato, attratto non dalla sua bellezza ne dalle sue parole, non che non lo fosse… ma dal fatto che avrei dovuto dirle qualcosa per continuare la provocazione e buttarla semmai sullo scherzo per approcciare un banale discorso.
Ma con la solita disarmante disinvoltura mi sorride e torna dagli amici come se nulla fosse accaduto…
Fumo la mia sigaretta, sono nervoso…
Le due ore successive si trasformano in una lunga agonia di urla e strani movimenti con le dita dei ragazzi che inneggiano alla giovane cantante punk.
Forse il connubio di birra e sole, forse un piacere intrinseco per la musica o forse semplicemente un piacere innato per l’ironia e per il sarcasmo, comincio anch’io ad unirmi alla massa saltando e cantando come un forsennato.
Ma passano solo pochi minuti quando decido di allontanarmi definitivamente dal caldo soffocante della piazza.
Oramai il concerto si avviava al termine, penso dunque di passeggiare tra i negozi e far finta di essere interessato a qualche paia di scarpe che non avrei potuto di certo comprare avendo pochi spiccioli nelle tasche necessari per il biglietto in metro.
Una chiamata al telefono ed il cugino con la ragazza che si trovano da quelle parti e passano a salutarmi…
Le ore successive trascorrono con tutta tranquillità.
Tornando a casa il pensiero di quella ragazza comincia vagamente a farsi vivo…

Era quasi finita la scuola, mancava poco meno di un mese, ma per noi ragazzi del liceo l’ultimo mese era sinonimo di “marinare”.
La struttura del liceo era molto particolare. L’area chiusa circolarmente, l’edificio della scuola affiancato ad un altro istituto superiore. Al centro un immenso atrio con scale che affacciavano sulle due scuole. Era manna per i ragazzi che avevano intenzione di prendere un po’ di sole primaverile.
La vita da liceale in quel periodo si trascorreva più o meno così, tra un caffè con gli amici alle 8:00, una partita di calcio improvvisata, un po’ di riposo su quelle scale con le maniche delle t-shirt tirate al massimo sulle spalle per abbronzarsi, due chiacchiere e ritorno a casa.
Si entrava a scuola solo quando si dovevano concludere delle interrogazioni o dei compiti scritti…
Io ero tra i pochi liceali ad avere la fortuna di conoscere molti coetanei e la cosa mi faceva molto felice. Avevo amici ovunque, con cui condividevo passioni come il calcio, la musica, le ragazze…non mancano mai.
Il nostro gruppo era il più numeroso. Ragazzi che praticavano hip-hop, avevamo un gruppo musicale rock, gli indipendenti o semplicemente amici…
Lo stile di certo non ci mancava…
In più, alcuni componenti erano riusciti a salire al “governo” studentesco, in qualità di rappresentanti d’istituto. Essere rappresentante d’istituto era importante, potevi discutere con le alte sfere scolastiche, inoltre avevi in mano le idee degli studenti e bastava un “piccolo imprevisto” per scatenare una vera e propria rivoluzione.
Chissà perché in quel periodo i piccoli imprevisti accadevano frequentemente ed almeno una volta alla settimana la scuola chiudeva. Gestirli per noi era molto “difficile”…
Nonostante tutto l’anno passò velocemente, del gruppo riuscimmo ad essere tutti promossi con o senza debiti e l’estate, quella delle vacanze, era ormai cominciata.


L’amicizia prima di tutto

Nell’era romana quando un imperatore decretava la morte di un lottatore o anche semplicemente di uno schiavo gli bastava girare il pollice verso il basso e l’uomo era giustiziato. Con il passare dei secoli si è arrivato al sottoscritto che usa lo stesso gesto dal balcone della sua stanzetta, verso quello del suo migliore amico. Il significato ovviamente non è più quello, tutt’altro. Avere un migliore amico non vuol dire avere solo un amico…Il segreto è che ci sono cose come l’amore che non si creano da un momento all’altro perché sono sempre esistite… e basta solo aspettare, che come poli opposti sono attratte tra loro… Ad esempio io e Mario ci completiamo… Allora come adesso basta uno sguardo o un gesto di uno per capire le intenzioni o i pensieri dell’altro. E pensare che cominciò tutto da una incomprensione l’anno precedente…
Il motivo era sempre il solito, lo scopo che spinge i giovani adolescenti alla scoperta del sesso opposto…In questo caso era la ragazza che avevamo in comune. Mario è un ragazzo molto particolare, ha una gioia di vivere che contagia chiunque gli stia a contatto anche per pochi minuti. E’ alto, magro, capelli ed occhi castani. Mi trovo bene con lui soprattutto perché come me è un amante delle donne.

Solito gesto millenario e giù di corsa, borsa sulle spalle per recarci in palestra. Questa è l’ancora di salvataggio di molti giovani provinciali nel periodo estivo.
In palestra avevo altri amici tra cui il mio istruttore. A volte ascoltare cosa pensa qualcuno di cui ti fidi può risultare molto istruttivo.
Dopo un paio d’ore di esercizi fisici e mentali, tornavo a casa carico di pensieri ma stranamente  rilassato.
Abito in un parco molto carino, in un paese che affaccia sul mare, alle porte di Napoli.
Un posto come tanti altri nel mondo. Unico solo per chi ci vive.
Poco distante dal parco c’è la tangenziale chiamata anche “strada americana”, venne creata nel secondo dopoguerra per collegare la base nato(americana) al centro della città. 22 chilometri circa di asfalto che parte dal centro città ed arriva a nord-ovest dell’Hinterland napoletano. Vi è uno svincolo che porta sulla costa nord. Qui non manca la fantasia oltre oceano, il lungomare è anche chiamato la “nuova Miami”, 2 chilometri di spiaggia, strade impalmate chioschi e palazzi alle spalle, hotel (senza casinò), negozi sparsi e aperti solo il periodo estivo. D’inverno la zona è semideserta. Popolata da extracomunitari e anziani homeless, vige la legge della strada. Il giro di prostituzione e di droghe varie in quella zona è unico in Italia. Oltre naturalmente al tasso di clandestinità. Ucraini, africani che fuggono dalla fame, cinesi che cercano lavoro, c’è la comunità russa perlopiù ragazze venute qui per lavoro e costrette da qualcuno a prostituirsi, c’è la comunità indiana, quella marocchina a stretto contatto con quella tunisina, e da pochi anni un ristretto gruppo di samoani e filippini in fuga dalla miseria… Ma tutto questo passa in secondo piano quando si pensa invece alla capacità dei cittadini della zona di saper convivere con tutto questo. E se devo dirla tutta, quei giardini occupati da qualche anziano, il veder passeggiare gente di ogni colore e religione che sia, in un caldo pomeriggio estivo, per un po’ fanno dimenticare i mali di questa città, colorandola in armonia. Mostrandola agli occhi del turista come una piccola “Venice beach”, facendolo sentire parte della comunità.

La palestra dista poco più di un chilometro da casa e tornare a piedi dunque è roba da niente.
Al centro del parco seduti sul marciapiede ci aspettano altri otto ragazzi, amici da ormai sei lunghi anni, cresciuti insieme. Tanti anni in cui abbiamo condiviso tutto, gioie e dolori. Passavamo anche qui le ore parlando solo di calcio e ragazze, più che un passatempo era diventata una vera e propria ossessione. In tutto ne eravamo dieci, ognuno con una propria particolarità, dal don Giovanni all’imbranato, dal campione di play station a quello di calcio giocato…
Avevamo una cosa in comune: Il rispetto. Insieme formavamo il gruppo più numeroso del quartiere. Essere parte di un gruppo è essenziale a questa età, l’unione fa la forza…
Si organizzano partite di calcio settimanali, a volte piccoli tornei, tutto nel rispetto reciproco.
La vita in quel periodo pre-vacanze trascorreva così, tra partite, palestra e mare, tanto mare…



Anime vaganti

Sei miliardi di persone nel mondo. Sei miliardi di anime. E a volte… una sola è quella che conta...
Un pomeriggio qualunque, la solita chiamata della fidanzata di turno, solita battuta sarcastica di Mario con cui torno a casa dalla palestra
<<Quando la molli?!>>.
Solita mia risposta
<<Quando posso!>>.
Alessandra, L’avrò vista 3 volte in un mese, limonato altrettanto. Era un passatempo, l’unico problema era che io lo sapevo, lei no. Ma non mi interessava fino ad allora, perché mi dava ciò che volevo. Ricordo che quando parlava avevo una tale voglia di ascoltarla che per farla stare zitta le ficcavo la lingua in bocca, passavo le ore infilato con le mani nei suoi pantaloni e nelle sue magliette, e anche se non avevo mai avuto un rapporto completo, mi bastava. Fisicamente non era niente male. Non era alta e neanche tanto magra, in lei si notavano gli occhi, quelli posti sotto il collo. Ma aveva un difetto. Quel difetto che hanno la maggior parte delle ragazze e che noi ragazzi non sopportiamo: parlava, tanto, troppo per me.
Decisi in serata di lasciarle un messaggio sul telefono dicendole che eravamo troppo diversi. Avrà provato a chiamarmi venti vote e mandato cinque messaggi, ma non le risposi. Da quel giorno non l’ho sentita più.
Immaturo…

Quando non sono diviso tra amici e amori, resto a casa e nella più totale tranquillità leggo.
Amo leggere, soprattutto libri che parlano di giovani trentenni, alle prese con vite che li coinvolgono in qualsiasi avventura, non quelli di adolescenti innamorati s’intende…
Mi piace immaginare di essere più grande di una decina d’anni e immedesimarsi nel personaggio. Capire come potrei essere io a trent’anni.

Dal mio amore per la lettura è forse nato anche quello per la scrittura tanto da portare in palestra, in auto, al ristorante, il sabato sera in giro con amici e genitori, insomma ovunque, un bloc-notes dove scrivo tutto quello che mi passa per la testa. Da testi musicali a poesie fino alle prime pagine di un libro.
Ma non solo. Mi capita spesso, che guardando un film, o ascoltando una canzone mi salti alle orecchie una frase che mi colpisce particolarmente e la trascrivo.
Ho sempre desiderato scrivere qualcosa che la gente potesse leggere e magari pensare e ritrovarsi in quello che raccontavo.
Immagino due ragazzi seduti a bere un caffè:
<<Marco tu cosa del suo libro?>>
<<Mah ti dirò, mi aspettavo di meglio conoscendo la fama dello scrittore…>>
Sogno…sogno…sogno…
Qualsiasi cosa che parlasse della mia vita, che descrivesse il mio umore, il mio carattere, ciò che faccio, quello che vorrei fare.
Che parlasse di sesso, droga, alcol, ma anche lavoro, scuola e affetto, che sia familiare e rassicurante. Insomma che partisse dalla mia vita e arrivasse a mondi vissuti o sconosciuti anche solo immaginandoli.
Vagando per la strada riflettendo…pensando…
Penso…
Penso al mio primo bacio, me lo raccontò un giorno mia madre, disse che avevo avuto circa 5 anni, si chiamava Federica (una delle tante della mia vita…) una bimba che conobbi, si fa per dire, un giorno in montagna con mio padre e mia madre. Era li, con i suoi, che giocava con una palla, abbiamo fatto amicizia, 2 polpettine che correvano su un prato verde pastello. Le diedi il mio primo bacio(a timbro). Mamma mi ha raccontato che piansi quando ci siamo lasciati non volevo perderla…Quella fu anche la mia prima delusione, ecco perché non ho mai avuto dei bei rapporti con le ragazze…(scherzo).
Il primo bacio, quello vero, o meglio quello che ricordo come il primo, lo diedi a Jessica, in effetti pensandoci fu anche il mio primo vero amore, lei magra, bionda, occhi azzurri con una provocante tutina rosa, io sempre la solita polpetta con qualche chilo in più, diciamo una polpetta imbottita. Eravamo in terza media, ai miei occhi era bellissima e averle dato un bacio creò in me una stupenda sensazione di sicurezza, la stessa sensazione che sentivo, quando mia madre, nelle sere in cui avevo la febbre per tranquillizzarmi poggiava la sua mano sulla mia testa, sentivo che in quel preciso istante sarebbe potuta arrivare la fine del mondo, chissene… io ero al sicuro…
Il primo vero bacio, quello con la lingua s’intende, è stata l’esperienza più traumatica della mia vita (fino a quel momento naturalmente).
Chi non si è emozionato la prima volta?
Non sapevo come muovere le labbra, la lingua come doveva girare? Come avrei fatto a trattenere la saliva? quando avrei dovuto smettere? le sarà piaciuto?
Non gliel’ho mai chiesto, ma con molta pratica ho sviluppato tutti i muscoli facciali.
Ci baciavamo ovunque. A scuola, in tram, in pullman, per strada, ovunque ci fosse un po’ di tempo libero per il corso intensivo di bacio con la lingua. Nascosti tra i cespugli dei giardini pubblici oltre alla lingua, spesso si muovevano anche le mani, ma non sono mai andato oltre il petting, lo strofinarsi vestiti, e solo noi maschi sappiamo il dolore che si prova quando si strofina il pisello nel jeans…
Il resto, è paragonabile solo ad un romanzo…














Corpo e anima

Volevo cambiare aria.
Colsi l’occasione al volo. Franco, mio cugino mi invitava a trascorrere i mesi di Luglio e Agosto in Calabria tra casa e barca. Come non detto.
Dopo la scuola decisi di salutare i ragazzi del parco  e Mario, anch’egli a sua volta sarebbe partito dopo due giorni, per le vacanze. Due Mesi di assoluto relax. Lontano da casa. E anche se da un lato ero dispiaciuto per aver lasciato Mario, che è anche il mio migliore amico, dall’altro ero eccitato all’idea di rivederlo dopo due mesi e raccontargli tutto.
Ero ospite di mio cugino in Calabria, e dopo circa venti giorni di barca, in giro per la costiera, il 22 Luglio, organizziamo una piccola festa al porticciolo e la sera decidiamo di portare qualche birra su in barca, stenderci e guardare le stelle che, fortuna vuole, quella sera sono più luminose del solito.
In questo gruppetto di 6 persone c’è lei, Michela, castana, occhi verdi, non molto alta ma un fisichino niente male.
Ci siamo conosciuti qualche giorno prima, a presentazioni fatte già scatta la scintilla, quel colpo di fulmine che accade appena ci si guarda, il feeling si consolida in un’ora di chiacchiere …
Era più grande di me, di cinque anni, ne aveva ventuno, ma io dalla mia avevo l’altezza, i capelli mossi, l’abbronzatura e gli occhi verdi.
Decidiamo così di restare un’altro po’ sulla barca mentre mio cugino con gli altri propone di andare a ballare.
Restiamo soli…
Tra una parola e l’altra, un momento di silenzio, solo uno sguardo nervoso che di li a poco avrebbe dato sfogo a tutte quelle scintille che si nascondevano per timidezza.
Avevo paura di tutto. Ero intimidito dal suo sguardo, dal fatto che solo con lei, su una barca, al chiaro di luna, lontani da tutto e tutti non avrei potuto tirarmi indietro. Fino ad allora non ero andato mai “oltre” Sempre e solo rapporti che si fermassero al petting, corpi vestiti che si strusciavano l’un contro l’altro.
Decisi di fare una sola cosa. Lasciarmi andare. Fare semplicemente quello che sentivo. E…, avevo ragione.
Quando le sono entrato dentro, pensavo a tutto e a niente, vedevo lei, sentivo il suo fiato, il suo ansimare caldo sul mio collo ed il fresco della brezza sulle mie spalle in un contrasto eccitante di natura e amore. Sapeva che ero vergine e questo mi rendeva nervoso ma sapeva come gestire il tutto e decisi di affidarmi totalmente a lei. Si muoveva sotto di me e più lo faceva, più io la desideravo, i morsi sulle spalle, sul collo. I baci, la baciavo ovunque. Con la mia mano le prendevo la testa, le stringevo dolcemente i capelli, mentre lei con una mano stringeva la mia schiena e con l’altra si reggeva alla base del timone. A momenti sembrava che la barca ondeggiasse per noi, a ritmo dei nostri corpi.
Quei movimenti, quello stringersi e baciarsi sembravano dar vita ad una delle più belle sinfonie che l’uomo abbia potuto inventare.
Non ho mai amato la vita come quella notte.
Dolce, dolce, dolce.
Il giorno dopo solo un biglietto sul tavolino dei drink mantenuto da una bottiglia di birra vuota:
<<Ci vediamo in spiaggia!>>.


Il mattino seguente ero come rinato, non riesco a credere che ci siano uomini che hanno il coraggio di rifiutare uno dei regali più belli che la vita ci abbia donato, l’amore, quello vero, quello fatto di carne, di passione, l’amore che mette a nudo non solo il corpo ma anche e soprattutto l’anima.

Torno a casa, sul frigo, mio cugino mi ha lasciato un biglietto con scritto:

<<Sono andato a fare la spesa>>. Alle 8:00 del mattino?.

Franco è un tipo unico nel suo genere. La casa è la sua, ha 25 anni, non molto alto, capelli ricci castani, occhi verdi, labbra carnose, da quando la mia mente ricorda la sua figura, ha sempre portato una barba corta. Ci sono giorni che dimostra caratterialmente la metà della sua età, altri mio malgrado è costretto a svolgere il ruolo di cugino maggiore prestandomi più attenzione e controllare ogni mio movimento. Ma non mi sono mai lamentato, anche perché avevo piena libertà su tutto.

Non sono mai stato un ragazzo tranquillo, in alcune occasioni ho rischiato anche di brutto ma quando trascorrevo le vacanze con lui riuscivo a mettere da parte ogni mio eccesso.

Faccio una doccia veloce, adoro far scorrere l’acqua in testa e rilassarmi chiudendo gli occhi.

Lavo i denti, indosso il costume ed asciugamano in spalla mi dirigo in spiaggia che da casa dista meno di un chilometro.

Su una spiaggia bianchissima mi aspettano Michela con altre due ragazze, amiche sue, Vichi e Stefi, carine, semplici, molto alla mano. Amo la semplicità nelle ragazze, amo la donna in generale. Le sue forme, il suo odore quasi afrodisiaco, i capelli lunghi lisci o ricci non fa differenza, la pelle morbida da mordere. Amo le donne che ridono, amo vederle ridere, la cura che hanno per il loro corpo, amo sapere che nascondono il segreto della vita posto sotto una pancia bianca come il latte.



Sapevo che avessero parlato di me poco prima del mio arrivo, lo avevo intuito dagli sguardi che solo le ragazze fanno tra loro.

Guardo Michela, le sorrido, lei fa cenno con la mano di stendermi vicino, poso l’asciugamano, e mi sdraio al suo fianco e con un bacio la saluto. Accenno un sorriso anche alle ragazze.

Adoro il sole, la sua potenza, l’energia che sprigiona.

Milioni di chilometri dalla terra e riesce a farci sentire il suo calore…

Ero metaforicamente “svuotato”, un vuoto rassicurante, un vuoto di tranquillità, la spiaggia, il cielo, il mare quella mattina, avevano un colore diverso.

Perdere la verginità se sei un ragazzo è diverso dal perderla se sei una ragazza. Mi spiego.

Con i miei amici passavo le ore a parlare di ragazze sempre e solo sotto il profilo sessuale. In adolescenza per un ragazzo è quasi lo scopo della vita scopare. Una vera e propria ossessione. Passavamo ore ad immaginare ed illustrarci le posizioni più assurde durante l’atto. Che se qualcuno ci avesse visto e ascoltato durante uno solo di questi discorsi ci avrebbe denunciato per atti osceni in luogo pubblico. Dalla sponda femminile, il caso è diverso.

Le giovani adolescenti vedono l’atto più romantico ed anche se provano ad immaginare qualcosa di più spinto, lo fanno nella discrezione più assoluta.



Cazzo il telefono!

Squilla da circa dieci minuti, dieci minuti di pippe mentali sotto il sole mattutino

Avevo dimenticato di dare le chiavi di casa a Paolo, il vicino, e mio cugino incazzato come una belva che mi chiama.

<<Frà…!>>

<<Dove cazzo sei?>>

<<In spiaggia…>>

<<Avvertire no?>>

<<Io ho provato con la telepatia ma la segretaria diceva che non eri disponibile…>>

“…Informazione gratuita, la persona da lei telepaticamente contattata è fuori…di testa, si prega di riprovare più tardi, grazie”

<<Smettila di scherzare, non cambi mai!comunque sto venendo a prendere le chiavi a dopo!>>.

<<Ok!ciao.>>

Cazzo quando gli racconterò il motivo mi perdonerà e capirà che per un po’ è meglio non fare affidamento sul sottoscritto…

Nella tasca della borsa Michela aveva una canna.

Dio mio è la donna della mia vita!.

L’accende, 3 e me la passa. Io da vero gentleman chiedo alle ragazze se vogliono farsi un tiro e mi rispondono gentilmente di no. Menomale…

Michela non fuma ma le piace uscire qualche volta fuori dalle righe.

Dopo la canna, di ottima qualità devo dire, ci dirigiamo a mare, e li, riconosciamo altri nostri amici.

Angelo, Mattia e Roberto. Altri tre ragazzi del gruppo che ho conosciuto.

Angelo il bello, Mattia il frustrato, lo chiamavamo così perché era come se ogni giorno gli fosse accaduto una disgrazia, e Roberto il burlone, colui che prendeva in giro chiunque osava entrare nel suo campo visivo…

Con loro il pomeriggio amo surfare, quando le onde lo permettono naturalmente, ho due tavole una Fish e una Hybrid o anche ibrida. Per intenderci la fish è piccola, per le onde quasi inesistenti, quella ibrida è più grande e doppia in previsione di onde più grandi.

Sembra quasi magico il pomeriggio salire su una tavola, col sole alle spalle, accarezzare le onde.

Un’esperienza che invito chiunque a fare.

Tra una parola e un tiro, a pallone…, mi accorgo che Fra mi aspetta a riva, salgo, lo saluto, gli spiego per sommi capi cosa è successo in nottata, chiavi in mano e a stasera…

Prendo dallo zaino di Michela l’I-pod:

Michael Jackson – Beat it

Oasis - Stand By Me

U2 - Electrical Storm

Vinicio Capossela - Ovunque proteggi


Cazzo anche gli stessi gusti musicali. A volte si ha la sensazione che esistano persone che sono il tuo alter-ego. Come il mito di Platone. La metà della mela che hai cercato per tanto tempo...

Spalle al sole si siede sulla mia schiena e mi abbraccia. Restiamo in quella posizione per un po’ fin quando il calore non comincia a fare effetto.

All’ora di pranzo andiamo a mangiare in un piccolo pub in centro.

La fortuna di questi paesini di mare è che se hai un paio di gambe, e le fai muovere ogni tanto, puoi girarteli in pochissimo tempo, quindi dalla spiaggia si arrivava in centro in pochi minuti.

Tira vento, ottimo per noi che il pomeriggio lo passiamo sulle tavole da surf tra un tuffo ed una lezione, alle ragazze piace imparare(questo è uno dei tanti motivi per cui faccio surf…)

La sera ci si organizza per pizza e birra.

Dopo cena, una passeggiata sul corso, decido di tornare a casa, il mare ed il surf stancano parecchio.

Guardo il frigo e noto che un foglio di quelli notes colorati, è attaccato a fianco di una calamita a forma di granchio. Sul foglietto c’è scritto: ”sono uscito con Debora a domani!”.

Debora, senza acca, era la trombamica di Frà, colei conosciuta da quelle parti anche come “bocca di rosa” come la famosa canzone di De Andrè, forse perché metteva l’amore sopra ogni cosa…

Frà mi raccontò che una sera scese con degli amici in centro per una birra, giusto per scambiarsi qualche battuta, tornato a casa, si spoglia, indossa il pigiama e avvicinandosi al letto a momenti ha un infarto per la paura che gli viene, quando nota che c’è qualcuno sotto le coperte. Pensa ad un ladro. Prende la prima cosa che ha a portata di mano, un compasso. Lo apre impugnandolo in modo che potesse, qualora ne avesse bisogno, usarlo contro il ladro. Stile coltello!

Un respiro e:

AAAAAAAAAAAH!!! L’urlo più pauroso della storia delle urla di terrore!


Era Debora, in bikini, bisognosa di essere “consolata”, aveva scoperto che il suo ragazzo frequentava un'altra.

E “porcocane”, così chiamo Frà per la sua capacità di mettere ovunque questa parola, non poteva perdere occasione. Con spirito di sacrificio prova a consolarla.

Debora è stata anche con Frà, circa 5 mesi( ecco spiegato come avesse fatto ad entrare in casa quella sera ed avere le chiavi), ma a parte l’attività sessuale non riuscivano ad avere niente di più, decidono così di dare libero sfogo ai pensieri più perversi, restando però semplicemente amici.

Debi è bella, mora, occhi scuri, tipica mediterranea, formosa, alta, intelligente, fa la segretaria in un’azienda della zona. Ancora oggi non riesco a capire cosa ci avesse trovato di bello in mio cugino. Due opposti, lei elegante, lui canotta, bermuda, sandali e fanculo il mondo.

Lei un po’ snob, non usa mai il dialetto, e da quando la conosco mai una parolaccia, Frà che se in ogni frase non inserisce un cazzo, fanculo, porcocane… non termina il discorso…

Penso sia la sua capacità di far uscire in lei il suo spirito animale…

Tornando al frigo…o meglio alla nota scritta, non sarebbe tornato a dormire… Mi stendo sul letto al buio, chiudo gli occhi e mi rilasso per un po’.

In quel momento immaginavo la notte trascorsa con Michela, cavolo la mia prima volta, su una barca, sotto le stelle, cosa avrei voluto di più?!.

Ho immaginato così tanto che ad un certo punto ho dovuto non immaginare più…

Decido di fare una doccia fredda; il caldo era insopportabile. Esco dalla doccia e qualcuno bussa alla porta, ancora in accappatoio apro e si presenta l’unica persona che in quel momento aveva la possibilità e il piacere di pervadere i miei pensieri.











Aveva un profumo ipnotico, quando mi ha abbracciato a momenti svenivo per il nervoso.
Fortuna che l’accappatoio era ben chiuso con il laccio perché il nervosismo è durato poco…
<<Che fai?>>
<<Ti aspettavo>>
(solita frase che si dice in certe occasioni per saltare la fase “saluti, 5 minuti di chiacchiere e passare direttamente al sodo…”)
<<Mi sei mancato>>
<<Menomale, non ti fai sentire da un’ora, pensavo fossi con un altro…>>
Mentre si toglie la  camicia, non riesco a toglierle gli occhi di dosso, come in una sorta di trance.
Sapere che quella notte, sarebbe stata ancora mia, mi proiettava in un mondo surreale.
Non potevo crederci, no, non sta accadendo a me, non ora.


Attimi di gloria

 Quando quel giorno decisi di scrivere un libro che parlasse della mia vita, avevo quindici anni, pensai “cosa potrei mai raccontare a quindici anni?”, non è un quarto della mia vita, non ho avuto esperienze che mi hanno cambiato l’esistenza, posso raccontare del mio primo amore, ma poi?.
A ventuno anni capisco che oggi i ragazzi amano sentir parlare d’amore, amano vedere quei film dove le ragazze sognano e immaginano il loro principe azzurro, dove credono che in questo mondo l’unico appiglio sia quell’ ”apostrofo rosa tra le parole t’amo”. Non capendo che così non fanno altro che imitare lo stereotipo dell’amore perfetto invece che dare il valore giusto al rapporto.
Non sono mai stato un tipo da bacini, bacetti, amoruccio, amorina, non perché credo sia superficiale, semplicemente perché non credo sia questo, “amore”…
Il primo “ti amo” fu una letterina ad una ragazza di seconda media, Giusy, oramai non ricordo la sua fisionomia, ricordo solo che era bella, la donna della mia vita, immaginavo un futuro con casa al mare, io, lei ed un cane(perché di figli non se ne parlava già a quei tempi), correre sulla spiaggia al tramonto…
Immaginavo, sognavo, davo libero sfogo alle mie fantasie.
Insomma di pippe mentali me ne facevo, e tante…
Ma l’amavo, cioè credevo che a quell’età guardarla e desiderarla fosse amore.
Ingenuo.
Quell’amore fu anche il risultato di un forte trauma, lei non mi degnava neanche di uno sguardo.
Decisi così che da quel momento AVREI CHIUSO!.
Troppo piccolo.
Ancora oggi, dopo quattro anni, quando ripenso a Michela, mi accorgo di non amarla, ci sono cose che non si possono spiegare, ma io Michela non l’ho mai amata. Qualche nottata focosa, non vuol dir nulla, meno che se c’è quel tipo di intesa o no. E sono pienamente convinto sia stato lo stesso anche per lei.

Capisco quelle coppie di ragazzi che si promettono amore eterno due anni dopo si lasciano, promettendosi minacce di morte. Non credo sia un pregio aver capito che questo sentimento ad una certa età non esiste, questo spiega il fatto che sono o per dirla in altri termini anglosassoni “single”. Ma non sopporto che ad ogni rimpatriata dei parenti, c’è chi si è perdutamente innamorato, chi sposato e quando qualcuno mi chiede:

<<Tu ANCORA non sei fidanzato?>>
io rispondo semplicemente
<<No!>>
Come se a ventuno anni sia doveroso stare con una ragazza, illudersi di amarla ed andare avanti per il mio bene.
<<Eh…perché ancora non hai trovato quella giusta!>>.
Irritante la frase di circostanza…
In primis cosa STRAC**** importa se sono fidanzato. Non vengo a raccontarla a te la
mia vita sentimentale, inoltre io non sono innamorato ma scopo tanto e mi basta. Non mi faccio le pippe mentali come gli altri, ma mi faccio le canne, almeno un motivo ce l’ho per stare fuori.
Quando guardo le ragazze che parlano dei loro fidanzatini di turno, è come se avessero gli occhi di chi crede di amare per non restare solo. La sensazione che la paura di restare sole le porti ad avere una qualsiasi relazione con una qualsiasi ipotetica anima gemella. Sono arrivato alla conclusione che desiderano così tanto il principe azzurro sul cavallo bianco che, svegliate finalmente da quel sogno e realizzato ciò che è, non trovato il principe, si mettano col cavallo.
Non riesco a capire il motivo per cui si contano i giorni in cui si sta insieme.
Meseversario, anniversario… Sembra una lunga agonia, tanti traguardi raggiunti con spirito di sopportazione del partner.
Cazzo, sembra di essere alle poste <<che numero hai tu?>> <<101>> <<Altri venti numeri ed è il tuo turno…>>. Ripeto, con Michela ho sempre creduto che non sia stato amore ma solo una vera e propria esplosione di ormoni ma quando stavo con lei, almeno, non era così, facevamo quello che volevamo fare, non quello che si doveva. Se avevo voglia di mandarle un messaggio, prendevo il cellulare e lo facevo:

<<Mi manchi!>>

Vi erano giorni che avevo voglia di starle attaccato come una cozza, altri, che avevo bisogno di star solo, lei lo capiva, ed era tutto reciproco.
Non mi ha mai chiesto se fosse successo qualcosa, non l’ho mai fatto io. Nessuno dei due si faceva dei lunghi viaggi, dei lunghi film sul motivo per cui diverse volte non ci sentivamo. Era tutto naturale, agli occhi di tutti. Credo sia questo il segreto della fedeltà. La sincerità.
Oramai vedo intorno solo false gelosie, quelle dovute, quelle che se non sei geloso non fai intendere di tenere ad una persona, non che io non lo sia, ma c’è differenza…
Non capisco come funzionano i rapporti a distanza.
Ok!, conosci una ragazza, ti piace, c’è affinità, ci scappa un bacio, magari una notte infuocata…Poi?.
Lei a Milano e tu a Palermo. Due sono le ipotesi, o decidi di cambiare vita e ti trasferisci, magari anche per provare una nuova esperienza, oppure bello mio, devi avere una grande e anche una perversa fantasia oltre ad un puro masochismo…
Ore passate al telefono a chiedersi cosa si fa, come si sta, se ci si vuole bene.
Ma il colmo, si raggiunge quando lui o lei, scatenano la loro gelosia dal cellulare.

Lui magari a Palermo:

<<Ti ho detto che a quella festa non ci devi andare, c’è il tuo ex!>>

Lei a Milano:

<<Ok amo, non ci vado…>>


Un giorno mi trovavo in un bar, con Michela, mi piaceva immaginare e creare delle storie personali, guardando un ragazzo o una ragazza seduti nei paraggi.
A volte risultava divertente, lei rideva ed annuiva.
Immaginavo, immaginavo…


Magari era uno studente, orfano, in cerca di qualcuno con cui condividere la sua solitudine. La sera colmava questo vuoto consumando la sua vita nel sedile posteriore dell’auto regalata dal padre con una prostituta.

Oppure una lei qualunque, di giorno studentessa, di notte spogliarellista, per pagare l’affitto dell’appartamento e parte degli studi che i genitori non riescono a compensare.

Mi capitava spesso di terminare il gioco sul: “Chissà se avranno la stessa visione della vita che ho io…”. Chissà se in un discorso del genere mi avrebbe detto: “Si, la penso come te.”.

Tornavo a casa più confuso di prima.

Mi chiedevo se forse ero io quello che stava sbagliando, se magari amare una persona era sinonimo di illusione, qualcosa creato da un’entità superiore con lo scopo di anestetizzare i continui casini della vita.

Perché è questo quello che vedo intorno. L’illusione. Quella del “tronista”, del duro di turno, dove arriva sto cazzo di principe azzurro su un cavallo bianco, magari il miliardario sullo yacht per una donna è il sole, mentre un comune mortale è la carta igienica di un qualunque bagno pubblico.

Io non voglio finire così, non voglio ritrovarmi a 30 anni sposato con una donna che non sopporto come mastica il cibo o come piega i vestiti, vorrei essere ai suoi occhi la sua proiezione del futuro, ogni giorno al suo fianco. Vorrei fare l’amore con lei anche a 70 anni, cuore permettendo, guardarla negli occhi e rivedere il giorno in cui ci siamo conosciuti. Aver avuto la piena libertà di esserci scelti e aver scelto qualsiasi cosa insieme, arrivare alla fine insieme, insieme nell’anima, non sotto lo stesso tetto. Ne ho viste tante di coppie del genere, di quelle che si sono sposate per scappare ad una realtà che non gli si addiceva, fin troppo opprimente e deprimente, finite poi peggio di prima, al fianco di qualcuno che dopo poco tempo si scopre non conoscere, per niente. La facciata è un conto, la realtà è un’altra.

Non voglio fare questa fine, voglio quell’attimo di gloria, ma deve durare un’eternità. 



Esperienza





Con Michi e con gli amici il tempo vola, un mese.

Un mese, trascorso “fuori casa”. Un mese in cui sono cambiate tante cose, sono cambiato io. Sono cresciuto. SONO UN UOMO!

Era una vita che aspettavo questo passo, quello che mi avrebbe portato ad un bivio:

Sarei diventato un puttaniere o un vero amante?

La risposta sarebbe arrivata al rientro a casa…

Naturalmente scherzo.



Casa. Mamma, papà, il mio cane, a pensarci un po’ mi mancano. Li rivedrò tra quindici giorni, passeranno il fine mese qui.

Ho chiamato ieri a casa, mamma contenta,

<<Ciao, tutto bene? Com’è il tempo?>>

<<Bene mà, il tempo qui è una meraviglia, ma ho sentito che peggiora proprio quando arrivi tu…>>

<<Non fare lo scemo, qui c’è papà che ti saluta, mi raccomando, mettiti la crema e il cappellino nelle ore di punta.>>

<<Ok. Salutami papà e digli che quando arrivate, lo sfido ai tuffi.>>

<<Ok. Ciao>>

<<Ciao.>>

Ho sempre avuto un buon rapporto con i miei genitori. Certo le discussioni non mancano ma il tutto è sempre assorbito dalla capacità mia e di mio padre di ammortizzare i litigi. Magari con qualche battuta umoristica, il nostro pezzo forte.

Quando la sera tornava dal lavoro, aveva sempre una massima o una barzelletta pronta da raccontare, la cena era( e lo è ancora ora) sacra. È uno dei piaceri della vita, cenare con la propria famiglia, credo sia una delle cose che più mi mancherà quando lascerò casa. I sorrisi, anche i litigi, fanno parte del proprio bagaglio emotivo. Le scampagnate, i primi dentini caduti, quelli che metti dentro un sacchettino di lana nella speranza che il topino venga a portarti i soldini. Le visite alla nonna, che ancora oggi, quando la guardo, nei suoi occhi ho la sensazione di vedere tutta la famiglia, dai suoi fratelli, ai suoi figli, ai nipoti e così via… Il seme da cui cresce l’albero della vita che è ramificata poi nella famiglia.

Se sono cresciuto e diventato un uomo lo devo a loro, la mia base, il mio punto di partenza, le mie fondamenta.

Un mese trascorso a riflettere, divertendomi, e in un mese, quante cose sono successe…

Ieri ho ricevuto una chiamata, inaspettata. Lei, quella del primo Maggio, lei che fino a poco prima della mia partenza aveva sconvolto i miei pensieri. Era entrata di prepotenza nei miei sogni e li aveva fatti suoi. Angela, l’ultima persona da cui non mi sarei aspettato una chiamata. In questo periodo ho parlato con Mario, il mio migliore amico, mi raccontava che era in vacanza in un villaggio dove le ragazze la “davano per poco”, che stava con una tipa di Milano, che oramai non vedeva il mare da tre giorni, tre giorni passati sul letto del suo bungalow che divideva con i suoi genitori, che erano sempre in spiaggia lasciandolo da solo con la milanese. Al nostro ritorno mi avrebbe raccontato i dettagli.

Quanto lo invidiavo, era un portento. Tutti i sabato sera rimorchiavamo qualche bella ragazza, in discoteca, nei pub, al ristorante, nei centri commerciali. Le scommesse erano tutte lì, vince chi limona di più.

Nei centri commerciali non si rimorchiava solo. Si andava li anche per rubare.

Immaturo …

Penne, gomme, piccoli evidenziatori, cose che neanche ci servivano, ma che avevano un grande valore per noi, il solo fatto che lo stavamo facendo insieme, renderci complici, consolidava ancor più la nostra amicizia.



Angela, cazzo non ci voleva, stavo troppo bene con Michela.

Mi capita spesso che quando non ho voglia di frequentare ragazze mi si presentano in massa, pronte a sferrare il loro attacco.

Altre volte, quando sono a corto, neanche a supplicarle…

<<Ciao, come va?>>

<<Bene, non mi lamento. Tu?>>

<<Io sono stata in Corsica con i miei genitori, 15 giorni, niente male, ma gli ultimi giorni avevo voglia di tornare a casa. Tu quando torni?>>

<<Beh io per la fine del mese dovrei, anche perché ho da studiare per la scuola. (Macchè neanche sotto tortura…).

<<Allora aspetto il tuo ritorno…mi manchi.>>

<<Ok. Ci sentiamo ciao.>>

<<Ciao.>>




Aspetto il tuo ritorno. Cosa avrà voluto dire? Perché aspetta il mio ritorno?Le manco…Cosa accadrà al mio ritorno?
In quel momento avrei voluto farmela a nuoto, pur di sapere cosa mi aspettasse una volta a casa.
Ma no, non ora che stavo così bene…
Quel mi manchi sarebbe stato protagonista dell’ultimo mese di vacanze, rovinandolo di conseguenza.
Ma a Michela cosa avrei detto?
Senti Michi credo ci sia un’altra ragazza ad aspettarmi al ritorno, ma la cosa peggiore è che non mi dispiace, anzi…
Non credo che detto in questo modo si incazzi…
Cavolo, conoscendola è capace di spegnermi la cicca della sigaretta tra gli occhi mentre con un tacco a spillo mi penetra nel sedere…
Meglio di no, nascondo tutto, tanto non potrebbe mai scoprirlo. Non sono mai stato bravo con le parole. Ho sempre preferito scappare, con la scusa dell’indifferenza, perché certi argomenti non riesco proprio a trattarli. Sono così di poche parole, che quando non voglio stare più con una ragazza, faccio di tutto per farmi lasciare, evito così il lungo discorso.
Il cellulare, la mia maledizione, una croce da portare sulle spalle. Ho un cellulare semplicemente perché mi è stato imposto da mamma e papà, che, nel caso dovessi scappare su un’isola dimenticata dall’uomo, saprebbero dove trovarmi. In vita mia ho avuto due cellulari; Il primo si è spento alla tenera età di tre mesi. Il mio primo giorno di vacanze dell’anno precedente. Quando si ama il mare, ci si farebbe il bagno anche vestiti… E così è stato, dimenticando il piccolo “spargimicroonde” nella tasca del costume. Riposa in pace.



Il secondo è il fortunato compagno di viaggio che porto oramai da un anno.

Ne ha viste di tette e culi il mio vecchio…

Oggi è il primo del mese, l’ultimo mese, in serata avevamo organizzato una festa a casa di Roberto. Una reggia più che una casa, con tanto di fontana e piscina con CASCATA.

Il padre era un noto imprenditore, aveva molte conoscenze e continui contatti con i politici della zona. Il piano bar preparato, impianto stereo con sistema Bluetooth, per intenderci, ascolti la stessa musica in diverse stanze semplicemente istallando una cassa senza fili per ogni stanza. Roba da extraterrestri. La festa si prospettava movimentata e molto…

Preparo i Mojito mentre Mattia riempie i bicchieri di pera per il Rhum e Angelo ci prova spudoratamente con la sorella di Roberto, una figa assurda, una Monica Bellucci con un paio di taglie di seno in meno. Dietro di me ad abbracciarmi c’è Michela, bella come sempre, vestito nero, una scollatura da urlo, poco trucco, sobria, ma super-eccitante. Avrei voluto prenderla in braccio, metterla sul bancone del piano bar e farci l’amore fino al mattino seguente, l’intesa era forte, in tutto…

Dopo cena, decido di chiudere la serata in bellezza a casa di Michela. Chiediamo scusa agli altri ragazzi che ci salutano e torniamo a casa.

Il letto profumava di lei, del suo collo, delle sue mani, della sua schiena. Le sono entrato dentro dopo tanti minuti passati tra carezze e baci, non pensavo, era tutto così naturale, la guardavo, gli occhi chiusi, il suo ansimare tra il collo e l’orecchio, respiravo, ma era come se non lo facessi, guardavo il suo corpo muoversi, in quel momento la vita era tutta bianca e noi dipinti di nero a farle da contrasto. Stringerle il seno e sapere che le piaceva, uno scambio continuo di scariche di corrente tra il mio e il suo corpo. Eravamo un unico filo conduttore. Avrei voluto vedermi, vedere come facevamo l’amore, sentire nell’aria la tensione che si avvertiva. Ammettere che avrei potuto vivere solo di quello, non fama ma “fame e gloria”.

Quella notte mi sono accorto che si possono dire tante cose, si possono fare tanti gesti, si possono avere tante idee, è bastato sentire il suo profumo per far crollare tutte le mie certezze. Al suo cospetto mi sentivo un bambino. Messo K.O. da un pugile che profumava di vita. Quella notte avrei voluto non finisse mai. Avrei voluto fosse durata un eternità, avevo paura dell’indomani. Se non fosse stato bello come in quel momento? Se fosse tutto finito?Magari era solo un’amara illusione… Stavo sognando?

No, lo stavo vivendo, vivevo quel momento.






Evolversi



Amo il sole quando chiede delicato, il permesso di entrare attraverso quei buchini delle persiane.

Amo vedere dal letto i raggi che si posano sul muro, sui mobili, sul lenzuolo, su noi.

Noi…Cazzo sono solo, a letto, solo. Allora era un sogno?!

Michela si è alzata prima e non mi ha svegliato, sta preparando la colazione.

Il profumo del caffè. Uscire dalla camera da letto e sentire l’odore. Arrivare in cucina e sentirsi avvolti dal profumo del caffè. Vedere una ragazza rigorosamente vestita con una tua camicia bianca che le copre le gambe, abbottonata solo all’altezza del seno, lascia intravedere un piccolo tanga nero.

Sentirsi chiedere come stai… Come sto? Cazzo e me lo chiedi?.

<<Bene.>>

Forse fin troppo.

Il piacere di una sigaretta fumata alla luce del mattino, dopo il caffè naturalmente, respirarla, farla entrare nei polmoni con l’aria di mare, dopo il caffè è un orgasmo.

Vado in bagno a farmi la barba, che per la mia età era già tanta… Quanti ricordi. Quando ero piccolo, guardavo mio padre farsi la barba, avrei voluto imitarlo, quel suo modo di mettere la schiuma, usare la lametta erano piccoli gesti eroici. Il super-papà alle prese con la sua barba. Vederlo serio, senza mai un sintomo di debolezza, per me era l’uomo più forte di questo mondo. Dopo tantissimi anni, ho capito che anche gli eroi posso piangere. Al funerale della nonna, sua madre, piangeva come un bimbo, in quel momento era come se i ruoli si fossero invertiti. Io ero a fargli da padre, a consolarlo, cercare di strappargli un sorriso. Lui disperato, in quel periodo poteva solo fare affidamento su me e mamma.

Quando ci ripenso ancora mi vengono i brividi, soprattutto perché non ho mai cacciato una lacrima, in nessun funerale, occhi lucidi ma neanche una lacrima.

Credo sia dovuto al fatto che quando muore qualcuno, ci metto tempo, tanto tempo a focalizzare e rendermi conto di quello che è successo. Non posso crederci, o non voglio.

Da quel giorno mio padre è cambiato. Dall’uomo duro, tutto d’un pezzo, serio e sarcastico, si è trasformato in un uomo sensibile, più attento agli affetti e alla famiglia. Quasi come un evolversi del suo carattere. Eppure a quasi quarant’anni il carattere di un uomo dovrebbe essersi formato da un bel pezzo. Invece capì per la prima volta che le persone non cambiano, ma tentano di adattarsi, a seconda degli eventi che secondo loro risultano  sconvolgenti, nel bene e nel male.



Finisco di fare la barba, passo il dopobarba mentre Michela accende lo stereo del salone:

Mike And The Mechanics - Looking Back Over My Shoulder

Ahhhh, che bello cominciare la giornata ascoltando una bella canzone.

Mentre mi vesto in sottofondo ascolto Michela che canta una canzone, ma non capisco quale, credo sia American Pie rifatta da Madonna.

Ti da una strana sensazione ascoltare una ragazza cantare. Sembra siano tutte intonate, sarà che io sono così stonato che lei in confronto sembra Aretha Franklin con tanto di piano al seguito.

È bello, immaginare, provare a conoscere ciò che in quelle parole messe un po’ a caso stesse pensando.

Non conosceva le parole, al contrario, invece, del ritornello. Anche a me spesso capita di non ricordare un acca di una canzone e tra un “Maybe memi waithing for a uaild” canto il ritornello che conosco a memoria, vantandomi spesso sotto la doccia di conoscere la canzone.

Il costume mi andava un po’ più largo del solito, mangiavo poco e mi muovevo tanto, in un mese avrò perso una taglia abbondante, muovendomi tanto, non avevo voglia di fumare.

E lo sentivo, sentivo quando inspiravo, la mattina presto correndo sulla spiaggia, sentivo l’aria fredda entrare e pungere i polmoni. In canotta e costume, volevo sentirmi il freddo della mattina sulla pelle, aspettavo il sole, che compariva alle spalle delle montagne pronto a cominciare la sua giornata di caldo ma luminoso lavoro. Aspettavo che i suoi primi raggi si posassero sulla spiaggia per poi tuffarmi in acqua. Sentire il sudore scivolare via e far posto all’acqua del mare… Ahhhhh! Che sensazione…



Squilla il telefono di casa, Michela risponde, e tra un “certo, non preoccuparti” ed un “non ci sono problemi”, attacca ed intima di sbrigarmi siccome ha da fare. Dopo 10 minuti io sono pronto, lei ancora in pigiama. Cazzo fai le corse inutilmente solo perché lo dice lei…

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